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lunedì 25 settembre 2017
C'è qualcosa di strano in tutto questo....
Questi due articoli sintetizzano l'orientamento medio della stampa italiana.
Illustri non addetti ai lavori prontamente intervistati per demonizzare e abili giornalisti dell'opinione che sono in grado di delinearci quali catastrofi ci attenderanno se dovesse vincere Di Maio. Personalmente ho perso gran parte dell'entusiasmo iniziale nei confronti di questa neo-nata forza politica ma, data la massiccia mobilitazione mediatica impegnata nell'attacco diretto e spesso privo di evidenti ragioni, credo che la posta in palio debba essere davvero alta. Per questa ragione credo anche adesso, con più freddezza ma anche con più decisione, che non resti altra scelta che affidare il Paese nelle mani del M5S. Se falliscono loro non ci resta che piangere...
"I 5 stelle non sono meglio dei giovani Dc. Vogliono solo il potere"
L'incompetente generazione Di Maio va rottamata in fretta
domenica 20 marzo 2011
Giuliano Amato a Che tempo che fa. Ecco la sua biografia

Questa sera alle ore 20.10 da Fabio Fazio, a Che tempo che fa, è ospite Giuliano Amato, presidente del Comitato dei garanti delle celebrazioni per il 150° anniversario dell’Unità d’Italia, che è uscito in libreria con Dove andremo a finire - Dialoghi con Alessandro Barbano. L'intervento di Amato è stata una sorta di omelia forse troppo carica di retorica. Ha espresso la sua fiducia in un rinnovamento civile che non può essere sfiduciato, ed ha demonizzato l'intervento Italiano in Libia.
Ma chi è Giuliano Amato? Ecco una biografia tratta dal sito www.democrazialegalita.it.
"Scrivere su Giuliano Amato può rivelarsi un’impresa ardua soprattutto se si spera di cogliere la vera essenza del personaggio.
Per cominciare a parlare compiutamente del politico Giuliano Amato, astenendoci dal fronteggiare l’intellettuale, il giurista etc.., si dovrebbe ripercorrere la storia del partito socialista, quanto meno dall’avvento di Craxi fino al suo declino.
Giuliano Amato di Craxi ha seguito l’ascesa, ha condiviso lo splendore, ma pur condividendone, per sua stessa ammissione, anche tutte le responsabilità, non ne ha seguito il declino.
Per questo rimandiamo ad analisi approfondite fatte da chi quegli anni li ha analizzati più da vicino.
Ci sembra, tuttavia, che non si possa trascurare un aspetto legato a quello che molti, nel Psi di allora, hanno identificato come “il fascino di Craxi”.
Giuliano Amato capisce prima di altri che Craxi non ha solo la strategia giusta per il futuro del Psi ma anche la forza per realizzarla. Dirà, infatti, che Craxi “era riuscito a dare voce unica ai socialisti accrescendone enormemente la credibilità”, essendo l’unico in grado di “esprimere la posizione socialista e sovrastando ogni altra voce”. Pertanto, non appena risulta chiaro che Craxi è il Messia, lungamente atteso dal popolo del garofano, Giuliano si vota a diventarne il primo degli apostoli.
Meglio prendere “il Craxi per le corna” dice agli scettici compagni della corrente giolittiana e senza esitazione lo segue a Palazzo Chigi per avviare quella lunga stagione che porterà il partito dalla “felice ambivalenza” con la Dc, via “Milano da bere” e “onda lunga” fino allo schianto di Tangentopoli.
Amato nelle prime esperienze di governo a fianco di Craxi (prima come sottosegretario alla presidenza poi come ministro vede “emergere altre doti del personaggio” che “si rivelava in grado di imporsi anche in sede di governo” facendo “scelte salvifiche per l’economia nazionale” come l’abolizione della scala mobile.
Anni dopo il fine studioso Amato noterà che in quegli anni la forza di Craxi coincideva con la debolezza del Pci rimproverando al Psi di allora, di aver perso l’occasione per assumere la guida della sinistra. Lo farà con una metafora un po’ forte ma efficace – “invece di attendere che il cadavere del Pds passasse sul fiume, avremmo dovuto invocare noi le ragioni della convergenza.”
Sono frasi che a rileggerle oggi fanno un certo effetto perché bisogna ammettere che Amato quel “cadavere sul fiume” non ha mai smesso di aspettarlo. Peraltro la tanta agognata convergenza non riuscirà mai a realizzarla, tanto meno quando si è provato a impostarla sul suo nome. Conclusa nel 1993 la sua esperienza di governo Giuliano Amato accetterà di presiedere l’Antitrust e nel 1997 esaurito quest’incarico ed in assenza di nuova committenza tornerà per un po’ all’insegnamento. Sarà richiamato a corte da D’Alema nel 2000, prima come ministro e poi addirittura come suo successore a Palazzo Chigi. La grande occasione però l’avrà nel 2001 quando per un attimo il centrosinistra scommetterà su di lui come candidato premier.
Gli preferiranno Rutelli, il “Clinton de’ noantri”, un leader con minore esperienza e minore cultura politica, storica, giuridica etc.., uno che non sa parlare a braccio come lui, uno che si smarrisce lontano dalle sue fotocopie, ma che è forte dell’esperienza di sindaco di Roma e di un’immagine che “buca” nelle platee televisive. Rutelli perderà risparmiando ad Amato una figuraccia. Nel 2001, tuttavia, il vero sconfitto non sarà Rutelli, ma saranno i Ds, rei di 5 anni di governo vissuti all’insegna di relazioni molto pericolose e con quella che era un tempo “la gioiosa macchina da guerra” ridotta ad una “pianta nana” con solo il 16%. E così quando Fassino verrà eletto segretario dei Ds, Giuliano Amato potrà finalmente salutare il loro approdo nel “progetto più largo della casa dei riformisti”.
Il discorso sulla casa comune della sinistra, tuttavia, sarà rimandato e Amato andrà ad occuparsi della convenzione europea all’ombra del vecchio Giscard d’Estaing. Farà bene, come al solito, ma anche lì la vetrina non sarà la sua. Oggi che il partito maggiore della sinistra è alle prese con una nuova “traversata del deserto” c’è di nuovo Amato pronto a tendere la mano di là dal guado, ancora senza un partito, ancora senza una base di consenso radicata nel territorio, ma sempre con la stessa idea in testa - togliere agli ex-comunisti ogni velleità di egemonia sulla costellazione di sinistra ed ogni sicurezza sulla tenuta del loro storico “zoccolo duro”.
Torna dunque il sogno della convergenza incarnato oggi dal costituendo partito democratico ed il ruolo della sirena Amato lo interpreta insieme a Francesco Rutelli. Il contributo più concreto all’erosione dei Ds, tuttavia, glielo dà il premier Berlusconi con le incursioni del suo Giornale e con le sue risibili visite ai pm di Roma.
E se il partito democratico si dovesse infine realizzare sotto i suoi auspici e Rutelli ne sarà il segretario Amato per sè cosa vorrà? Tornerà di nuovo nel suo buen retiro di Ansedonia a mani vuote? In realtà gli hanno già proposto la poltrona di governatore, ma lui ha declinato come al solito con una metafora – “se si libera il posto di Sacchi al Real Madrid non per questo dovrei essere candidato anche a quello”, un modo contorto per dire che spera di essere candidato altrove. Il suo nome, infatti, è ormai da più di un mese fra quelli dei candidati al Colle. In questa corsa non ci sono primarie, inutile cercare regole, le candidature si fanno e si disfano con battute a margine dei convegni o con sortite dei giornali come quelle de“La Padania” che lo dà in pole position.
L’ex capo dello Stato Cossiga per esempio, già in sintonia con lui ai tempi di Eta Beta, vede in Amato l’uomo gradito a Berlusconi soprattutto nell’eventualità di una sconfitta del centrodestra alle politiche. L’ex-consigliere del Principe, il grande tessitore del centrosinistra fino ad oggi ha vivacchiato all’ombra dell’Ulivo. Se dovesse salire al Colle sarà in grado di interpretare il ruolo di garante della Costituzione che spetta al Capo dello Stato? Per rispondere e suffragare i nostri brutti presentimenti dovremo tornare indietro e invece di parlare di contenitori, come fa da vent’anni Giuliano Amato, spostare l’attenzione sui contenuti, sui requisiti minimi che dovrebbe avere una classe politica almeno presentabile. Alle inquietanti domande di questi giorni su etica e politica potrebbe rispondere raccontando la sua esperienza nel Psi. E cioè che quando Berlinguer poneva la questione morale tale tema era già stato cancellato dall’agenda del Psi perché come lui stesso ricorda “a Craxi quel tema non interessava, era un uomo di potere, attento anche ai poteri abusivi e nel Psi cominciavano ad emergere fenomeni negativi, ma non erano al centro della sua attenzione”. Per proteggere quei poteri Craxi affidava ad Amato il compito di preparare l’arma micidiale dei decreti-legge dunque non poteva essere il nostro a sollevare il problema dei finanziamenti illeciti che quei poteri indirizzavano al partito. Il suo dissenso ai tempi in cui Craxi sfidava persino gli americani negando loro la base di Sigonella, si manifestava semplicemente col silenzio. Sembra incredibile! Insomma il Giuliano Amato che conosciamo, quello che disserta su tutto, lo studioso, l’editorialista, il fine conversatore dalla metafora sempre pronta, quello che citerà Voltaire per giustificare la sua prolissità: - “Vi scrivo una lettera lunga perché non ho tempo di scriverne una breve”.
Giuliano Amato che tutto sapeva opponeva il suo silenzio al ras del partito e solo da quel silenzio carico di significati Craxi doveva intuire che lui non era d’accordo. Commovente. Così come fu commovente la difesa del segretario Bettino che il Giuliano Amato presidente del Consiglio fece il 17 dicembre 1992 dopo i primi avvisi di garanzia. Mentre fuori la gente assediava la sede di via del Corso al grido di “Ladri, ladri” Amato fece un discorso ai suoi compagni della direzione che non avrebbe stonato alla corte di Re Artù e dei cavalieri della tavola rotonda.
Invocò per il suo Principe il più classico dei “tutti per uno, uno per tutti” sostenendo che “questa responsabilità, e qualunque responsabilità ci venga addebitata per questo ruolo, non è e non può essere solo tua, perché tu te la sei assunta per tutti noi e per far svolgere al partito il ruolo cruciale che esso ha svolto in questi anni. Le responsabilità tutte sono di tutti noi.”
Così si esprimeva Giuliano Amato. Può un politico che ha pronunciato a suo tempo una confessione così piena e completa della sua complicità con quel sistema illegale e degenerato, costruito dalla protervia di Craxi, essere oggi l’ispiratore della politica economica dell’Unione, della politica europea con gli Stati Uniti e può candidarsi a ricoprire niente meno che la più alta carica dello Stato? Ciò posto e tanto sinistramente premesso correrà l’obbligo di ammettere che l’uomo politico Amato ha anche dei meriti. Nel 1993 egli ha varato la prima delle manovre finanziarie “lacrime e sangue”, ha messo mano alla riforma delle pensioni, ha dato il via alla riforma in senso privatistico del rapporto di pubblico impiego, ha avviato le privatizzazioni in compagnia dei vari Draghi e Giavazzi, allora insediati al Ministero del Tesoro.
In quella situazione di emergenza per i conti pubblici ci voleva qualcuno che si prendesse l’onere di imboccare la strada della riduzione del debito a costo di un’impopolarità che oggi, secondo l’Economist, nessuno avrà il coraggio di rischiare. Amato anche allora non si tirò indietro e, finita l’opera di risanamento, annunciò il proprio ritiro dalla politica - “Non farò come certi che vogliono essere protagonisti del vecchio, del nuovo e del nuovissimo. Per cambiare dobbiamo trovare nuovi politici. Per questo confermo che ho deciso di lasciare la politica, dopo questa esperienza da primo ministro. Solo i mandarini vogliono restare sempre e io sono in Parlamento ormai da dieci anni”.
Migliore autoritratto il dottor Sottile non poteva concederci. In confronto tutti i giudizi velenosi che gli hanno riservato i suoi ex compagni socialisti e i suoi tanti compagni di viaggio sono zuccherini. Tutti zuccherini tranne uno. Quello di Craxi – “Amato? Un grande professionista a contratto” – [gli va riconosciuto] – “fa parte degli opportunisti che hanno strisciato e strisciano pancia a terra e mentono pur di salvare la pelle” – [severo, ma difficile da smentire] - “tutto può fare salvo che ergersi a giudice delle presunte [!!!!!] malefatte del Psi. [ingeneroso perché come abbiamo visto ha condiviso tali responsabilità anche dopo gli avvisi di garanzia] e infine – “forte delle sue amicizie e altolocate protezioni, a lui non è toccato nulla di nulla” – [se fosse vero è a dir poco inquietante che possa diventare Presidente della Repubblica]. A questo punto ci converrebbe quasi sperare che l’Unione perda le elezioni. In questo modo, stando a quanto dicono le malelingue, al Quirinale finirà per andarci lo zio Prodi con la benedizione dei suoi premurosi nipotini Veltroni e Rutelli che si sacrificherebbero a guidare il partito democratico. E Giuliano? Forse continuerà a fare il suggeritore che in fondo è quello che gli riesce meglio".
lunedì 27 dicembre 2010
Da "Libero" accuse shock a Fini "Vuole farsi un attentato da solo"
ROMA - Un titolo a tutta pagina "Fini è fallito" e più in basso un editoriale del direttore Maurizio Belpietro: "Su Gianfranco iniziano a girare strane storie". Il quotidiano Libero riprende oggi la sua battaglia senza esclusione di colpi contro il presidente della Camera rivelando che il leader di Futuro e Libertà avrebbe pensato di organizzare un falso attentato nei suoi confronti a fini propagandistici. Il progetto dovrebbe essere messo in pratica durante una visita istituzionale ad Andria e per organizzarlo Fini "si sarebbe rivolto a un manovale della criminalità locale, promettendogli 200mila euro". Il prezzo, scrive ancora Belpietro, comprenderebbe "il silenzio sui mandanti, ma anche l'impegno di attribuire l'organizzazione dell'agguato ad ambienti vicini a Berlusconi, così da far ricadere la colpa sul presidente del Consiglio". Secondo il direttore di Libero, "l'operazione punterebbe al ferimento di Fini e dovrebbe scattare in primavera, in prossimità delle elezioni, così da condizionarne l'esito".
Su quanto scritto da Belpietro ha decisio di aprire un'indagine il procuratore di Trani Carlo Maria Capristo, anche se è difficile immaginare che gli accertamenti di polizia giudiziaria possano portare a qualche passo concreto. Certe invece le conseguenze politiche dell'editoriale, con la pronta replica del segretario amministrativo di Futuro e Libertà Nino Lo Presti.
"Maurizio Belpietro non deve
preoccuparsi: la credibilità di Libero, il quotidiano da lui diretto, è già perduta da tempo, non c'è bisogno di metterla in discussione. Difatti, l'ultimo suo delirio su un possibile attentato a Gianfranco Fini, a scopo propagandistico, la dice lunga sulle condizioni psichiche di questo giornalista che ha fatto dell'ingiuria e della calunnia il leitmotiv della sua carriera", afferma Lo Presti. Secondo l'esponente di Fli, "l'instabilità di Belpietro è ormai un dato acquisito, così come è acclarata la sua totale mancanza di coraggio nell'accettare un confronto con il sottoscritto, che ancora attende soddisfazione dopo essere stato definito insieme agli altri colleghi finiani 'traditore'. Il vero traditore di quella che dovrebbe essere la regina delle professioni intellettuali è proprio lui - continua il deputato finiano - che ha ridotto il giornalismo ad un suk di pettegolezzi e falsità".
fonte: repubblica.it
Su quanto scritto da Belpietro ha decisio di aprire un'indagine il procuratore di Trani Carlo Maria Capristo, anche se è difficile immaginare che gli accertamenti di polizia giudiziaria possano portare a qualche passo concreto. Certe invece le conseguenze politiche dell'editoriale, con la pronta replica del segretario amministrativo di Futuro e Libertà Nino Lo Presti.
"Maurizio Belpietro non deve
preoccuparsi: la credibilità di Libero, il quotidiano da lui diretto, è già perduta da tempo, non c'è bisogno di metterla in discussione. Difatti, l'ultimo suo delirio su un possibile attentato a Gianfranco Fini, a scopo propagandistico, la dice lunga sulle condizioni psichiche di questo giornalista che ha fatto dell'ingiuria e della calunnia il leitmotiv della sua carriera", afferma Lo Presti. Secondo l'esponente di Fli, "l'instabilità di Belpietro è ormai un dato acquisito, così come è acclarata la sua totale mancanza di coraggio nell'accettare un confronto con il sottoscritto, che ancora attende soddisfazione dopo essere stato definito insieme agli altri colleghi finiani 'traditore'. Il vero traditore di quella che dovrebbe essere la regina delle professioni intellettuali è proprio lui - continua il deputato finiano - che ha ridotto il giornalismo ad un suk di pettegolezzi e falsità".
fonte: repubblica.it
giovedì 9 dicembre 2010
Consulenze da 100mila euro il premio ai voltagabbana
"Quando la caccia si fa grossa e si punta a uno come Scilipoti, che fino a due giorni fa urlava dall'altra parte, allora vuol dire che è entrato in gioco Denis Verdini". Un dirigente Pdl che è di casa a Palazzo Grazioli racconta quel che sta accadendo in queste ore, racconta cosa accade in casa Pdl quando "non ci si può limitare alla promessa della ricandidatura". Perché adesso che la partita entra nel vivo non si punta ai soliti finiani incerti e centristi confusi, ma a dipietristi e persino democratici. Chi ci sta conquista un allettante win for life. Ci sono i pescatori da transatlantico, che lavorano sotto costa. E anche in questo caso sembra ne sia entrato in gioco uno, anzi una, finora defilata. Si tratta di Maria Rosaria Rossi - al fianco del Cavaliere questa estate al castello di Tor Crescenza e alla Certosa - che proprio sull'imminente passaggio del siciliano Scilipoti al partito della fiducia sembra abbia svolto un ruolo delicato. Ma poi ci sono i pescatori da mare grosso. Tre, in movimento in queste ore. Il coordinatore Verdini, appunto, il tesoriere del Pdl Rocco Crimi e una seconda fila ma molto attiva, il campano Mario Pepe. La triade, stando alle informazioni acquisite da autorevoli fonti interne al partito, si muove a tenaglia sugli obiettivi, con funzioni e assunzioni di impegni diversificati. Al pari di Pepe, altri si muovono nell'acquario di Montecitorio. Daniela Santanché, per gli avversari il "Luciano Moggi" del calciomercato, e il ministro Elio Vito. Francesco Pionati e Saverio Romano sugli
amici dell'Udc dal quale provengono.
Non vi è traccia, né mai ve ne sarà di passaggio di denaro. "I 350-400 mila euro di cui si parla è il corrispettivo in 3-5 anni di una consulenza col partito o col gruppo - racconta dietro anonimato chi ha ricevuto e rifiutato - Il sistema è collaudato: ti propongono di indicare il nome di un amico, un parente col quale stipulare subito il contratto, che si aggira attorno ai 100 mila euro lordi l'anno, per più anni". Cosa ne faccia il "prestanome" del compenso, a chi giri quei soldi, non è affare dell'offerente. "La consulenza poi può passare a tuo nome a fine legislatura - continua nel racconto il deputato - in caso di mancata rielezione". Perché la ricandidatura è la prima offerta avanzata, ma nessuno, nemmeno il leader può garantirla. Poche settimane fa Repubblica aveva pubblicato il contratto di consulenza col gruppo Pdl che due ex parlamentari transitati a Forza Italia a fine 2007, Marco Pottino e Albertino Gabana, hanno stipulato dopo la mancata rielezione. Compenso, tuttora percepito: "120.516 euro l'anno al lordo delle ritenute".
La regola numero uno di Palazzo Grazioli, Silvio Berlusconi l'ha dettata a coordinatori e capigruppo a settembre, in occasione del primo calciomercato: "Non voglio ricevere nessuno che venga qui a far richieste o aprire trattative, non intendo passare altri guai per colpa di inaffidabili che registrano o vanno a raccontare chissà che". Gli scandali dell'ultimo anno e mezzo hanno imposto cautela. Sono altri a condurre le trattative. Il presidente del Consiglio si congratula e concede il privilegio dell'abbraccio finale, il sigillo. Il pidiellino Dore Misuraca, potente calamita elettorale in Sicilia occidentale e in odor di transito all'Udc, è stato il recordman degli ingressi a Palazzo. Tre nelle ultime sei settimane. Fruttuosi. "Il presidente l'ha buttata tutta sul rapporto personale, mi ha confermato che sono una risorsa" minimizza Misuraca. Ma la famiglia Misuraca è regina della sanità privata nell'isola, il rapporto personale non è stato l'elemento decisivo per convincere altri deputati che si sono avvicendati dal premier. Non trova conferma l'indiscrezione che circola sullo screening che sarebbe stato effettuato sulla situazione patrimoniale e le esposizioni bancarie di una serie di "avvicinabili". Però sul dipietrista Domenico Scilipoti, stando alla documentazione inviata al partito da uno dei suoi creditori, pende un decreto ingiuntivo (89/07) sostenuto da sentenza del Tribunale di Barcellona Pozzo di Gotto per 200 mila euro. L'altro idv sotto tiro, Antonio Razzi, non fa mistero della proposta avanzatagli per l'estinzione del mutuo per la casa acquistata a Pescara, tramite Previdencassa svizzera. "Mutuo? Pressioni ancora più forti su di lui" allude Di Pietro.
A Palazzo Chigi poi un occhio di riguardo lo hanno anche per gli "idealisti". Deputati e senatori pronti a discutere in cambio di un impegno per una "giusta causa". La situazione delle carceri per Pannella ricevuto da Berlusconi, la gestione del Parco dello Stelvio da affidare agli enti locali per i due Svp Brugger e Zeller, la galleria del San Bernardo per il valdostano indipendente Nicco. E martedì sera al Senato Giovanni Pistorio, dell'Mpa di Lombardo, scherzava ma neanche tanto coi colleghi pidiellini: "Ragazzi, se sbloccaste i fondi Fas della Sicilia da 1,4 miliardi fermi al ministero, potremmo discutere".
fonte: Repubblica.it
mercoledì 1 dicembre 2010
Mandato d'arresto dell'Interpol Caccia ad Assange in 188 Paesi
ROMA
Julian Assange vince la battaglia mediatica ma per lui i problemi si moltiplicano su altri fronti. L'Interpol annuncia di aver emesso contro di lui un mandato d'arresto internazionale, ricercato in Svezia per «stupro ed aggressione sessuale». L'« avviso rosso» (red notice) dell'Interpol è stato emesso su richiesta di Stoccolma e vale nei 188 paesi aderenti. I fatti contestati risalgono ad agosto. Assange li respinge, attribuendo le denunce a una campagna di fango orchestrata dagli Usa per screditarlo.
E da ieri mattina Wikileaks è sotto attacco informatico: gli hacker hanno centrato l'obiettivo di rendere inaccessibili per ore agli utenti di Europa e Stati Uniti alcuni dei contenuti del sito, compreso il cosiddetto Cablegate. Nel pomeriggio i tecnici del corsaro australiano sono riusciti a ripristinare il servizio spostandosi dai server svedesi che li ospitavano a quelli americani disponibili in affitto, ma l'allarme resta alto. Frattanto Assange apre nuovi fronti polemici in un'intervista al Time, rilasciata in una località segreta, in cui dice che «Hillary Clinton dovrebbe dimettersi da segretario di Stato per aver ordinato ai suoi diplomatici di spiare l'Onu, in violazione delle convenzioni internazionali firmate dagli Usa».
Nelle ore in cui è stato silenziato, Wikileaks si è affidato a Twitter. «Siamo attualmente vittima di un potente Distributed Denial of Service» leggeva ieri chi tentava di collegarsi al sito più gettonato del momento. Vale a dire sistema sovraccarico, interruzione di servizio, temporaneo black out, DDOS come gli adepti informatici chiamano il cortocircuito non casuale delle informazioni. Quel che accade in questi casi è che un computer remoto X esegue un programma capace di lanciare contro un sito Y tanti pacchetti di dati da mandarlo in palla. Stavolta si è trattato di un «bombardamento» massiccio di 10 gigabits al secondo, 28 volte più potente della media degli attacchi registrati nel 2010, come se una casella di posta elettronica ricevesse oltre 300 mila di mail al minuto.
Intanto il Dipartimento di stato ha disconnesso il network militare Siprnet, quello da cui sono stati sottratti i file, dal database che contiene i cablo.
Tra messaggi incrociati e teorie complottiste, ogni Paese ha la sua versione del Cablegate. Secondo Umberto Bossi è tutta colpa degli americani ingrati che, dietro le quinte, avrebbero «un po' accoltellato Berlusconi». A detta del patron della Lega mentre il premier italiano «si è battuto così tanto per gli Stati Uniti dopo l'11 settembre» Washington, commentandone senza pietà le passioni sanguigne, l'avrebbe ricambiato con un trattamento indegno. Di più.
Sebbene il rapporto con la Casa Bianca sia integro, a rischio ci sarebbero ora le relazioni diplomatiche: «In questo modo si mettono in allarme tutti i politici: quando parli con un ambasciatore non sai mai cosa riporta». La macchina avviata però, non conosce freno. L'ultima rivelazione riguarda il Pakistan e la debolezza del suo presidente Zardari che, secondo i file decrittati da Wikileaks, viene percepito come debole, in balia dei generali e incapace di garantire la tenuta di un Paese in possesso della bomba atomica.
fonte:http://www3.lastampa.it/esteri/sezioni/articolo/lstp/378156/
domenica 28 novembre 2010
Wikileaks, i leader mondiali visti dagli Usa "Berlusconi incapace, Gheddafi ipocondriaco"
l sospetto per la politica autoritaria di Vladimir Putin. La sfiducia in Silvio Berlusconi, portavoce della Russia in Europa segnalato per le sue "feste selvagge". Il fastidio per come Sarkozy, chiamato "imperatore nudo" contrasta la politica statunitense. Ma anche le strategie per bloccare l'Iran e arginare la Cina, gli avvertimenti alla Germania sul contrasto alle "rendition", lo spionaggio nei confronti dell'Onu.
Faranno discutere per settimane, o forse per mesi, i documenti riservati della diplomazia americana diffusi oggi da Wikileaks e rilanciati su internet da El Pais, New York Times, Guardian e Le Monde. Oltre 200mila documenti, di cui 3.012 sull'Italia, destinati a incidere in maniera indelebile sulle relazioni diplomatiche internazionali. Ecco le pagine più significative.
Berlusconi incapace, portavoce di Putin. "Incapace, vanitoso e inefficace come leader europeo moderno": questo il giudizio dell'incaricata d'affari americana a Roma Elizabeth Dibble sul presidente del Consiglio Silvio Berlusconi. Non solo: il presidente del Consiglio italiano è un leader "fisicamente e politicamente debole" le cui "frequenti lunghe nottate e l'inclinazione ai party significano che non si riposa a sufficienza". Secondo i documenti svelati da Wikileaks, il premier italiano è visto con scarsa fiducia, se non con aperto sospetto, per i suoi rapporti con Vladimir Putin, di cui viene definito il "portavoce in Europa". I rapporti americani parlano di rapporti sempre più stretti tra i due leader, conditi da "regali sontuosi" e da "contratti energetici lucrativi". I diplomatici segnalano anche la presenza di "misteriosi intermediari". Nei documenti appare anche il ministro degli Esteri Franco Frattini, che avrebbe espresso "frustrazione per il doppio gioco di espansione verso l'Europa e l'Iran da parte della Turchia".
fonte http://www.repubblica.it/esteri/2010/11/28/news/documenti_wikileaks-9617422/
martedì 23 novembre 2010
Giappone, ministro si dimette per una battuta
Nuovi guai sulla travagliata scena politica giapponese: il ministro della Giustizia, Minoru Yanagida, ha rassegnato le dimissioni dopo una clamorosa gaffe sulla presunta banalità dello svolgimento del proprio incarico. "Per rispondere alle domande dei parlamentari, basta ricordarsi due frasi: "Mi astengo dal commentare su casi specifici", e "Sto affrontando la questione in modo appropriato in base alla legge e ai fatti", aveva affermato scherzosamente durante un incontro pubblico a Hiroshima
sabato 13 novembre 2010
La Consulta: «Illegittime le leggi regionali che vietano il nucleare»

Bocciati i divieti posti da Puglia, Basilicata e Campania alle centrali e ai siti di stoccaggio delle scorie
MILANO - La Corte Costituzionale ha dichiarato illegittime le leggi regionali con cui Puglia, Basilicata e Campania avevano vietato l'installazione sul loro territorio di impianti di produzione di energia nucleare, di fabbricazione di combustibile nucleare e di stoccaggio di rifiuti radioattivi. La decisione - secondo quanto appreso dall'Ansa da fonti qualificate - è stata presa in una delle ultime camere di consiglio dei giudici costituzionali e le motivazioni saranno depositate nei prossimi giorni. Secondo la Consulta le tre leggi regionali che, in assenza di un'intesa tra Stato e Regioni, precludono il proprio territorio all'installazione di impianti nucleari violano specifiche competenze statali.
«COMPETENZA ESCLUSIVA DELLO STATO» - In particolare, le norme di Puglia, Basilicata e Campania sono state bocciate perché, in riferimento ai depositi di materiali e rifiuti radioattivi, avrebbero invaso la competenza esclusiva dello Stato in materia di tutela dell'ambiente (art.117, secondo comma, lettera s). Mentre per quanto riguarda l'installazione di impianti di energia nucleare - si è inoltre appreso - sarebbe stata lesa la competenza esclusiva dello Stato in materia di sicurezza (art.117, secondo comma, lettere d e h). In base al ragionamento dei giudici costituzionali, se le Regioni ritengono giustamente necessaria un'intesa con lo Stato per l'installazione degli impianti allora possono impugnare le leggi statali dinanzi alla Consulta e non, come invece hanno fatto Puglia, Basilicata e Campania, riprodurre con legge regionale le situazioni che considerano più corrette.
SITI PER LE SCORIE, TUTTO FERMO - A settembre scorso la Sogin, la società controllata dal Tesoro per la gestione degli impianti nucleari, aveva individuato 52 aree con le caratteristiche giuste per ospitare il sito per le scorie radioattive. Ogni area, di circa 300 ettari, dovrebbe ospitare anche un «parco tecnologico». Le zone adatte sarebbero sparse su tutto il territorio italiano con particolare riferimento al Viterbese, alla Maremma, all'area di confine tra la Puglia e la Basilicata, le colline emiliane, alcune zone del Piacentino e del Monferrato. Ma la scelta del deposito nazionale per le scorie non sarà imposta, e avverrà d'accordo con le Regioni, con una sorta di asta: la comunità che accetterà i depositi radioattivi sarà infatti compensata con forti incentivi economici. Il lavoro svolto dalla Sogin, al quale i ricercatori hanno lavorato un anno, è tuttavia finito in cassaforte, in attesa della creazione dell'Agenzia per la sicurezza del nucleare che doveva già essere pronta prima dell'estate.
mercoledì 7 luglio 2010
Del Giudice, la ex meteorina di Fede diventa assessore provinciale a Napoli
È stata candidata alle elezioni regionali, ma non ce l’ha fatta, arrivando trentunesima su trentadue candidati
NAPOLI - Dieci giorni fa, quasi tremò al telefono: «Pronto? Noooooo, non rilascio interviste. Non c’è ancora nulla di ufficiale». Ma ora che l’ufficialità è quasi ghermita, ecco cosa raccontò: «E basta con questa storia della meteorina, vinsi un concorso di moda e il premio fu quello di partecipare ad alcune registrazioni del Meteo del Tg di Fede. Da allora nessuna comparsata in tv. Ho fatto seriamente politica. Certo, con Berlusconi: è l’unico che crede e investe sui giovani». La statuaria militante berlusconiana, Giovanna Del Giudice, 26 anni, ha coronato il suo sogno: sarà nominata nelle prossime ore assessora provinciale alle politiche giovanili e alle pari opportunità della giunta Cesaro. È stata candidata alle elezioni regionali, ma non ce l’ha fatta, arrivando trentunesima su trentadue candidati. Sebbene con un bottino di voti non irrilevante: 4166 preferenze. Doveva essere in lista anche alle Europee. Ma poi... si sa cosa accadde. «Mi sto laureando in Giurisprudenza: ho chiesto la tesi in diritto comunitario. Sono di San Sebastiano al Vesuvio, faccio l’imprenditrice, settore abbigliamento: Dg fashion srl è l’azienda di famiglia. Faccio politica da sempre: ho collaborato con i parlamentari Maria Rizzotti, Enzo Ghigo e Gilberto Pichetto Fratin ».
Cosa pensa di Fini? «Grande oratore, ma non ha lo stesso carisma del Presidente». Chi presidente, Berlusconi? «Certo, c’è solo lui». Mai stata a Villa Certosa? «No, mai». Cosa pensa delle critiche sulla moralità del premier? «Accuse gratuite. In giro ci sono troppi moralisti. Lui non fa nulla di male. Paga per essere un uomo allegro e sincero. Che trasferisce a tutti il suo entusiasmo».
Forse quello stesso, contagioso entusiasmo che ha consentito alla Del Giudice di spiazzare ogni altra diretta concorrente all’assessorato. Persino la superaccreditata Francesca Pascale, ex valletta di Telecafone, che in consiglio provinciale siede di diritto per essere stata eletta e per questo ha da sempre nutrito ambizioni da assessora, prima in Regione e poi in Provincia: «Preferisco rimanere su Roma dove lavoro presso il ministero dei beni culturali — ha più volte commentato quest’ultima con un po’ di sufficienza — e tornare a Napoli per le convocazioni del consiglio».
La Del Giudice invece no. Ha tenacemente insistito: da meteorina per caso ad assessora per Cesaro, passando dalla piazza televisiva a piazza Matteotti. Intanto la sua nomina non rischia più di saltare come ha temuto qualche giorno fa. L’incertezza è dettata esclusivamente dal giro di valzer che interessa i tre assessori in quota Udc. Infatti, Cesaro è intenzionato a difendere a spada tratta il suo vicepresidente, il rettore della Parthenope Gennaro Ferrara, per il quale sarebbero pronte pure le deleghe alla legalità e alla sicurezza, già dell’ex assessore Franco Malvano. Anche Nello Palumbo vola verso la riconferma, mantenendo la sua delega all’urbanistica, mentre la new entry dei centristi dovrebbe essere rappresentata da Piergiorgio Sagristani, consigliere provinciale di Sant’Agnello, comune della penisola di cui è stato sindaco, e già assessore provinciale alla solidarietà sociale in quota Pd della giunta Di Palma, che dovrebbe sostituire Valeria Casizzone, destinata all’Ept di Napoli. Francesco Mallardo, poi, del Nuovo Psi di Caldoro, sarà assessore al personale e al commercio. Marco Di Stefano, ex di An, all’edilizia scolastica e ai trasporti marittimi. Ma la vera sorpresa (benché più volte annunciata) sarà rappresentata proprio da Giovanna Del Giudice, che sarà assessora alle politiche giovanili e alle pari opportunità. «Ho lavorato da sempre nel partito, sono cresciuta in Forza Italia. La mia famiglia ha votato puntualmente a destra. Ora, dopo la campagna elettorale per le regionali, ho imparato tante cose: a seguire i problemi quotidiani della gente, a considerare l’importanza di mantenere un forte contatto con il territorio. Vorrei impegnarmi su questo. E sostenere le sane ambizioni dei giovani». Sarà pur legittimo chiedere che tempo farà a palazzo Matteotti? «Basta con questa storia, giudicatemi per ciò che saprò fare. Senza pregiudizi».
Fonte: corriere.it
Angelo Agrippa
lunedì 5 luglio 2010
BRANCHER DÀ LE DIMISSIONI E CHIEDE IL RITO ABBREVIATO.
Il ministro Aldo Brancher ha annunciato nell'aula del tribunale di Milano le proprie dimissioni da ministro. Brancher ha anche rinunciato al legittimo impedimento nell'ambito del processo per la tentata scalata alla Antonveneta. Aldo Brancher nell'anticipare le sue «dimissioni irrevocabili» da ministro «al fine di consentire una rapida chiusura della vicenda che mi riguarda», ha chiesto di poter essere giudicato con rito abbreviato incondizionato. Nel corso della breve dichiarazione spontanea Brancher ha spiegato al giudice della quinta sezione penale, Anna Maria Gatto, che «la mia presenza è un segno di rispetto per il tribunale. Sono qui a difendere la mia innocenza».
BERLUSCONI: «CONDIVIDO QUESTA DECISIONE» «Ho condiviso con Aldo Brancher la decisione di dimettersi da Ministro». Lo afferma il premier Silvio Berlusconi in una nota. «Conosco e apprezzo ormai da molti anni l'on. Brancher- prosegue- e so con quanta passione e capacità avrebbe potuto ricoprire il ruolo che gli era stato affidato. La volontà di evitare il trascinarsi di polemiche ingiuste e strumentali dimostra ancora una volta la sua volontà di operare esclusivamente per il bene del Paese e non già per interessi personali. Sono certo che superato questo momento l'on. Brancher potrà, come sempre, offrire il suo fattivo contributo all'operato del Governo e alla coalizione».
BRANCHER LASCIA IL PALAZZO DI GIUSTIZIA Il ministro dimissionario Aldo Brancher ha lasciato da poco il palazzo di giustizia di Milano dove si è presentato questa mattina per partecipare all'udienza di un filone del processo della vicenda della tentata scalata ad Antonventa, in cui è imputato insieme alla moglie. Brancher è uscito dall'aula da un ingresso secondario sfuggendo così ai molti giornalisti che lo attendevano. Brancher era accompagnato da due uomini che hanno detto di essere suoi vecchi amici. Il ministro dimissionario in aula, oltre ad aver annunciato che rimetterà il mandato conferitogli a giugno, ha rinunciato al legittimo impedimento che aveva invocato e ha chiesto di essere giudicato con rito abbreviato incondizionato.
PROCESSO CONTINUA A PORTE CHIUSE Continua a porte chiuse il processo in corso a Milano nei confronti di Aldo Brancher, il ministro dimissionario imputato insieme alla moglie per un filone dell'inchiesta sulla tentata scalata all'Antonveneta. Dopo la richiesta di essere giudicato con rito abbreviato, il presidente della quinta sezione del tribunale ha fatto uscire i numerosi giornalisti che erano in aula per proseguire con l'udienza. Il processo a questo punto verrà celebrato allo stato degli atti, cioè in base alle carte del fascicolo processuale. Si presume che in aula si stia concordando il calendario. Secondo i programmi preannunciati la sentenza dovrebbe arrivare entro fine mese.
BRANCHER, 17 GIORNI DA MINISTRO FRA LE POLEMICHE Diciassette giorni vissuti pericolosamente. Sono quelli della carriera ministeriale di Aldo Brancher, il cui decreto di nomina da parte del presidente della Repubblica è stato firmato il 18 giugno scorso. Oggi, nell'aula del tribunale di Milano, l'annuncio delle dimissioni. Lo stesso giorno della nomina, il ministro finisce nel mirino delle opposizioni, che paventano una soluzione studiata a fini processuali. Il 24 giugno, i legali di Brancher chiedono il rinvio dell'udienza nell'ambito del caso Antonveneta, adducendo il legittimo impedimento del neo titolare del Federalismo, che poi diventerè della Sussidiarietà e del decentramento. Immediate le polemiche, la più acuta delle quali a seguito di una nota del Quirinale, il 25 giugno, in cui si ricordava che Brancher era stato nominato ministro senza portafoglio. Il giorno dopo, Brancher rinuncia ad avvalersi della norma. Il 29 giugno, però, il Pd, con il capogruppo alla Camera, annuncia la presentazione di una mozione di sfiducia, che si sarebbe dovuta giovedì prossimo. Brancher, nato a Trichiana (Belluno) il 30 maggio 1943, è alla sua terza legislatura consecutiva. Da sempre considerato il trait d'union tra Silvio Berlusconi e la Lega, Brancher, dopo due esperienze da sottosegretario alle riforme nei precedenti esecutivi a guida berlusconiana, in questa legislatura ha seguito passo dopo passo l'iter della riforma da sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega al Federalismo. Diplomato al liceo classico, con un baccellierato in teologia, Brancher, che è dirigente d'azienda, è stato uno degli uomini più vicini al presidente del Consiglio, a partire dalla collaborazione negli anni 80 con il gruppo Fininvest. È stato eletto nella circoscrizione Veneto 1 per il Popolo della libertà.
FRANCESCHINI: «VITTORIA DELLE OPPOSIZIONI» «Le dimissioni del ministro Brancher sono una vittoria del Pd e dell'opposizione e dimostrano che quando l'opposizione prende una iniziativa politica al di là dei numeri e dei rapporti di forza in parlamento, può ottenere dei risultati importanti». Lo afferma Dario Franceschini, capogruppo del Pd alla Camera. «Penso, per come sono messe le cose, che questa volta - rileva - Berlusconi non possa ripetere la sceneggiata delle dimissioni respinte: il voto di giovedì fa troppa paura».
ALTA TENSIONE Resta alta la tensione tra Silvio Berlusconi e Gianfranco Fini. Se nei giorni scorsi era stato il premier ad usare parole pesanti contro il presidente della Camera, oggi è il co-fondatore del Pdl a passare al contrattacco. Nessuna intenzione di uscire dal partito, anzi, l'ex leader di An fa capire di essere pronto ad andare fino in fondo: «Noi - avverte in caso di rottura - non faremmo una An in sedicesimo, nascerebbe qualcosa di nuovo, c'è tanta gente alla finestra che aspetta». Un ragionamento, quello del presidente della Camera, riportato dal quotidiano La Repubblica, che scatena il putiferio all'interno del Pdl. Parole che non sarebbero certo passate inosservate nemmeno allo stesso Cavaliere che, uomini a lui vicini, descrivono decisamente irritato. Una reazione smentita però da palazzo Chigi: ancora una volta - si legge in una nota - si attribuiscono al presidente Berlusconi commenti su personaggi e fatti politici che non sono stati mai pronunciati. Ma nelle file azzurre del partito si fa fatica a contenere il malumore per l'atteggiamento dei finiani sui provvedimenti all'esame del Parlamento: dalla manovra del governo, fino alle intercettazioni. La settimana che si apre è dunque all'insegna delle fibrillazioni. Giovedì la Camera dovrà votare la mozione di sfiducia presenta da Idv e Pd contro il ministro del Decentramento Aldo Brancher. È su quel voto potrebbe esserci una prima prova di forza all'interno del Pdl. «Se qualcuno del partito dovesse votare sì alla mozione di sfiducia fa una scelta di campo e va all'opposizione», dice senza giri di parole Gianfranco Rotondi, ministro per l'Attuazione del Programma. Un messaggio indirizzato ovviamente alla componente finiana. Stando a quanto circola nelle file del partito, gli uomini del presidente della Camera non dovrebbero votare contro ma, non presentarsi al voto. Ipotesi però che non verrebbe comunque giustificata dalla maggioranza del partito. Come faranno i finiani, si chiedono nel Pdl gli ex di Forza Italia, a giustificare un voto diverso dal gruppo quando Brancher ha rinunciato al legittimo impedimento e pare intenzionato a chiedere anche il rito abbreviato? Un argomento su cui starebbero riflettendo i finiani, con alcuni distinguo sul da farsi. In serata, tuttavia, il finiano Italo Bocchino, ospite della Festa dell'Unità, getta acqua sul fuoco: «non siamo scemi - dice - nessuno vuole votare contro il governo» chiarendo che l'obiettivo è quello di «rafforzare la maggioranza».
BRANCHER VERSO DIMISSIONI Aldo Brancher potrebbe rassegnare le dimissioni da ministro del Decentramento nei prossimi giorni. Voci in tal senso sono tornare a circolare in ambienti della maggioranza in serata dopo che questo tema era stato affrontato venerdì scorso al vertice del Pdl a Palazzo Grazioli. Un epilogo del genere renderebbe superflua la mozione di sfiducia, presentata dalle opposizioni, che dovrebbe essere votata giovedì prossimo dal Parlamento. Il passo indietro del ministro era stato chiesto anche da una parte del suo partito. Intanto, Brancher sembra intenzionato a presentarsi domani in udienza, a Milano, al processo sulla scalata della Banca Antonveneta, rinunciando così al legittimo impedimento che aveva acceso la polemica politica degli ultimi giorni. Brancher ha avuto oggi un incontro ad Arcore con il premier Silvio Berlusconi. L'ipotesi delle dimissioni del ministro per il Decentramento potrebbe essere collegata ad un possibile successibo minirimpasto, si ragiona sempre in ambienti della maggioranza, che dovrebbe portare anche ad una soluzione per la casella del ministero dello Sviluppo.
APPELLO DELLE IMPRESE «Le imprese fanno appello al Parlamento e al Governo, al Presidente Berlusconi e al Ministro Tremonti affinchè vengano modificate queste norme, che, nella formulazione attuale, costituiscono violazioni gravi dei diritti dei contribuenti e nulla hanno a che fare con il contrasto all'evasione». Confindustria e Rete Imprese Italia, che riunisce Confcommercio, Confartigianato, CNA; Casartigiani, Confesercenti, lanciano un allarme congiunto su alcune norme fiscali della manovra economica (su compensazione debiti-crediti e su limiti a rimborsi fiscali) che - spiegano in una nota unitaria - rischiano di creare forti contenziosi di carattere costituzionale e di avere «conseguenze irreparabili specie per le piccole e medie imprese».
FORTI PREOCCUPAZIONI Confindustria e Rete Imprese Italia (Confcommercio, Confartigianato, CNA; Casartigiani, Confesercenti) - è scritto nella nota congiunta - «ribadiscono le preoccupazioni già espresse nei giorni scorsi, in merito alle misure contenute nella manovra finanziaria relative alla riscossione (art. 38) e alla compensazione dei debiti e crediti fiscali (art.31)». Le norme sono altamente tecniche e sono state introdotte indicandole come misure anti-evasione. Ma le imprese ritengono che siano troppo decise e mettano in difficoltà soprattutto le Pmi: Inoltre, le soluzioni finora indicate non sarebbero sufficienti ad evitare problemi per le imprese. «La proposta che è stata avanzata in Commissione Bilancio al Senato di portare da 150 a 300 giorni la durata massima della sospensione giudiziale degli atti di recupero dei crediti verso l'amministrazione - è scritto nella nota - non risolve il problema, a fronte del fatto che la durata media dei soli procedimenti di primo grado supera i 700 giorni. Se passasse questa norma, il contribuente sarebbe costretto, pena il pignoramento, a pagare gli importi richiesti dall'amministrazione, pur essendo ancora in attesa di sentenza e a fronte di pretese che nella grande maggioranza dei casi risulteranno successivamente non fondate».
BONAIUTI: NESSUNO SCONTRO PREMIER-TREMONTI «Il titolo di apertura del 'Corriere della Sera' relativo allo scontro tra il presidente del Consiglio ed il ministro dell'Economia è assolutamente infondato». Lo afferma Paolo Bonaiuti, sottosegretario alla presidenza del Consiglio aggiungendo che «la collaborazione tra il presidente Berlusconi ed il ministro Tremonti si basa su una solida amicizia e sulla condivisione totale dell'azione di Governo». «Spiace rilevare - prosegue Bonaiuti che in mattinata ha sentito sia Berlusconi che Tremonti - che la pubblicazione di una notizia importante come quella di stamane, e su un tema tanto delicato per tutti come la manovra per la stabilizzazione del pubblico bilancio, non è nell'interesse del paese».
ERRANI: NECESSITA' CAMBIARE LA MANOVRA «La cortina fumogena alzata in queste ore serve a coprire una manovra che per le Regioni e gli enti locali è insostenibile e che finirebbe per penalizzare i cittadini»: lo afferma il presidente della Conferenza delle Regioni, Vasco Errani, che ribadisce: «la manovra varata rischia di tagliare le gambe al federalismo fiscale, è squilibrata perchè pesa per l'80% su regioni ed enti locali e finirà per ricadere su servizi pubblici essenziali per i cittadini». «Per questo - aggiunge Errani - Regioni ed enti locali hanno chiesto un incontro urgente al Presidente del Consiglio, al quale torno a sottolineare che cambiare la manovra è per le Regioni e gli enti locali una necessità».
SAPPE CHIEDE DIMISSIONI AZZOLLINI Il Sappe, Sindacato autonomo di polizia penitenziaria, si dice «sconcertato dall'emendamento presentato dal senatore Azzolini presidente della Commissione Bilancio del Senato, che prevede il taglio delle tredicesime alle Forze dell'Ordine ed ai Vigili del Fuoco». E malgrado l'ipotesi sia stata smentita dal presidente del Consiglio, in una nota chiede le dimissioni del senatore. «Con una presa di posizione inaccettabile - afferma il segretario nazionale Federico Pilagatti riferendosi ad Azzolini - si è scagliato contro le donne e gli uomini in divisa che rischiano giornalmente la vita per 1200 euro al mese, e che aspettano il rinnovo del loro contratto da quasi tre anni». «Appare peraltro incredibile - afferma ancora - mettere sullo stesso piano, categorie di lavoratori che hanno differenze abissali sulla propria busta paga».
Fonte: leggo.it
giovedì 1 luglio 2010
Il consigliere e la serata a trans e coca: dopo il festino fa comizio al balcone

Pier Paolo Zaccai (Pdl) ha urlato frasi sconnesse e improvvisato un comizio, poi si è sentito male. Il coordinatore regionale Piso: «Sospeso dal partito»
ROMA - Un consigliere Pdl della Provincia di Roma, Pier Paolo Zaccai è stato ricoverato alle tre di notte in stato confusionale all'ospedale Grassi di Ostia dopo aver partecipato a un festino a base di cocaina e sesso, al quale erano presenti alcuni trans. L'uomo, le cui condizioni di salute non destano preoccupazioni, ha lasciato l'ospedale in tarda mattinata dopo aver rifiutato i test tossicologici. Secondo quanto si apprende da fonti sanitarie, Zaccai ha riportato una contusione al ginocchio per la quale ha dichiarato di essere caduto dalle scale. «In attesa di comprendere meglio le dinamiche che hanno portato al ricovero in ospedale del consigliere provinciale del Pdl Pier Paolo Zaccai, riteniamo opportuno sospendere cautelativamente dal partito il consigliere in questione» ha dichiarato Vincenzo Piso, coordinatore regionale del Pdl del Lazio.
IL RACCONTO - A svelare il retroscena della serata sarebbe stato uno dei trans partecipanti al festino, che ha riferito l’accaduto alle forze dell’ordine. Il consigliere si sarebbe affacciato in uno stato confusionale dal balcone della casa nella quale si stava svolgendo il festino - sembra di proprietà del transessuale in via Manlio Torquato, nel quartiere Appio-Tuscolano - urlando frasi sconnesse e improvvisando un comizio. Intanto la Polizia del commissariato Appio sta indagando: un trans, probabilmente sudamericano, per il quale si sta valutando anche la regolarità della permanenza in Italia, è stato interrogato e anche il consigliere provinciale Pier Paolo Zaccai verrà ascoltato.
CHI E' IL CONSIGLIERE - Pier Paolo Zaccai ha 42 anni e ha iniziato l'attività politica giovanissimo a Ostia, che si può considerare il suo piccolo «feudo« elettorale. Nato a Roma il 19 aprile del 1968, Zaccai inizia la sua carriera politica all'età di 17 anni, aderendo al Fronte della Gioventù, formazione della destra giovanile da cui ha avuto origine Azione Giovani. Aderisce all'età di 21 anni al Movimento Sociale Italiano e si candida per la prima volta a 25 anni nel 1993, con lo stesso movimento, risultando eletto con 307 preferenze individuali nella Circoscrizione XIII di Roma.
LA CARRIERA POLITICA - Eletto 4 volte consecutivamente nella XIII Circoscrizione del Comune di Roma, denominata dal 2001 Municipio Roma XIII, la prima per l'Msi e poi dal 1995 per Alleanza Nazionale, partito per il quale ha ricoperto la carica di Presidente del Consiglio Municipale dal 2004 al 2006, il primo di destra ad Ostia nella storia della Repubblica Italiana. Nel 2008 si candida alla Provincia di Roma nel collegio Roma XV per il Gruppo Pdl, ottenendo 33.778 voti e entrando in consiglio provinciale dopo le dimissioni di Alfredo Antoniozzi. Ha compiuto studi universitari presso la Sapienza di Roma, laureandosi in psicologia, con tesi di laurea in psichiatria sul tema del suicidio in adolescenza. Attualmente è amministratore di una società di consulenza a Ostia Lido, vice presidente di una cooperativa edilizi e socio fondatore della fondazione «I Cavalieri di Anco Marzio» che opera in ambito cattolico. Nella consigliatura 2001-2006 è stato Presidente della Commissione Bilancio, Decentramento e Rapporti Istituzionali, nonché delegato alla sicurezza sociale, urbana e ambientale.
LA TESTIMONIANZA DELLO STUDENTE - «Sono stato svegliato intorno alle 6 dalle urla di un uomo affacciato dal balcone al primo piano del palazzo di fronte. Quel politico gridava disperato: "Aiuto, aiuto mi hanno incastrato". Ha svegliato tutto il vicinato». A parlare è Michele, studente fuori sede, che abita al palazzo di via Manlio Torquato in zona Appio dove il consigliere provinciale Pier Paolo Zaccai è stato soccorso. «Indagavo sui trans e perciò mi hanno incastrato - farneticava il consigliere - poi quattro o cinque trans hanno preso pc e altri oggetti e sono scappati prima dell'arrivo della polizia». Lungo le stradine limitrofe parecchi bar e negozi. Tra questi una lavanderia che alle 6 aveva appena aperto. «L'ho sentito urlare disperato - ha raccontato la titolare - pensavo l'avessero picchiato. Qui c'é sempre un via vai di transessuali, almeno una ventina in zona, e di macchinoni di grossa cilindrata». Poi la donna, riferendosi al caso Marrazzo, dice: «Vabbè una volta per uno non fa male a nessuno».
fonte: http://roma.corriere.it/roma/notizie/cronaca/10_luglio_1/festino-trans-1703302915846.shtml
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