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mercoledì 7 aprile 2010

La Guzzanti e Silvio il vampiro. Il docufilm sull'Aquila.


ROMA - La combinazione, già sulla carta, è esplosiva: Sabina Guzzanti più Silvio Berlusconi più terremoto in Abruzzo più scandalo Protezione civile. Una miscela di elementi da cui scaturisce un docufilm incendiario, come suggerisce già il titolo:Draquila - L'Italia che trema. La pellicola sbarcherà nei cinema italiani il 7 maggio, con distribuzione Bim. Segna il ritorno alla regia della Guzzanti, cinque anni dopo il successo di Viva Zapatero! e a tre dalla sua precedente fatica, Le ragioni dell'aragosta. E che dimostra la volontà dell'autrice di raccontare il nostro Paese nel modo in cui Michael Moore - che è anche un suo amico personale - racconta il suo. Una somiglianza evidente anche nello stile, che mescola satira a presa diretta, soggettività di chi gira e testimonianze.

Tutti elementi che si ritrovano già nei due minuti e 13 secondi di trailer, che Sabina ha messo online ieri. E da cui si intuisce senza possibilità di dubbio che il Draquila, ovvero il vampiro dell'Aquila citato nel titolo, è lui, il premier. Era appena arrivata la primavera del 2009, dice all'inizio del minifilmato promozionale la voce fuori campo della regista, e per Berlusconi "era una giornata di m.... come tante altre": "la magistratura continuava a stargli alle calcagna", nei sondaggi era "in caduta libera"... Ma ecco che, alle 3.32 del 6 aprile, un terremoto devasta una città. E per il Cavaliere, prosegue la Guzzanti, "è come se Dio gli avesse teso ancora una volta la mano".

La tesi, insomma, è chiara: il sisma dell'Aquila è stata un'occasione ghiotta, per il capo del governo, per risalire la china della popolarità. Per mostrarsi come "l'uomo del fare", anche quando va a L'Aquila e scherza promettendo che la prossima volta porterà le veline (come vediamo nel trailer). Ma il terremoto si rivela un affare anche per i suoi amici, e gli amici degli amici: il filmato alterna le immagini delle macerie e del dolore con le citazioni dello strapotere della Protezione civile di Guido Bertolaso. Che trasforma ogni evento in grande evento, ogni grande evento in emergenza, ogni emergenza in un agire in deroga alle leggi. Non a caso, i due minuti di assaggio del docufilm si concludono con l'ormai sciaguratamente celebre intercettazione dei due imprenditori che esprimono tutta la loro contentezza al pensiero dei grandi affari che il terremoto avrebbe loro portato: "Io ridevo stamattina alle tre e mezza dentro al letto"...
Ma, al di là dei contenuti, nei suoi interventi sul suo blog e sul sito del film la Guzzanti tiene a sottolineare anche l'innovazione del metodo usato: Draquila è stato una sorta di work in progress a cui la community internettiana ha partecipato attivamente. A partire dal titolo, che è stato deciso via internet. In questo modo, spiega la comica-regista, "la settima arte si arricchisce di una dimensione nuova. E' il cinema a 4D: dove D sta per democrazia".

Quanto al perché dell'opera, la sua autrice dice di volersi opporre alla volontà di rimozione generalizzata che si respira in quest'epoca: "Questo paese vive di silenzi: dimenticare per risolvere, come codardi. Cancellare gli errori del passato, con una semplice formattazione della memoria". Un processo che a lei non va giù: "Noi siamo per la conoscenza e non per il condono dell'intelligenza".

Fonte: http://www.laltranotizia.net/2010/04/la-guzzanti-e-silvio-il-vampiro-ecco-il.html

giovedì 1 aprile 2010

Cosa resta del monologo di Luttazzi a "Rai per una notte"


Il monologo dell'attore e autore di satira Daniele Luttazzi durante l'originale trasmissione Tv-Web Raiperunanotte ha avuto successo di ascolti, di critica e di citazioni, ma ha anche irritato alcuni intellettuali insospettabilmente vicini a chi ha organizzato l'evento anti-censura.

Sul blog di Luttazzi le e-mail dei lettori commentano queste reazioni.

Nel rispondere, Luttazzi esercita un suo talento meno noto di altri, ma non meno saldo, quello di studioso e teorico della cultura satirica e della tecnica umoristica.


"Non ti scrivo per elogiare il tuo lavoro o per lodarti (invece sì), ma per sapere se hai letto le lettere inviate da alcuni lettori al quotidiano La Repubblica che riguardano il tuo splendido monologo di Raiperunanotte - una lettrice, ad esempio, si sente offesa come donna per la scena della sodomizzazione -. L'incomprensione di alcuni passi del tuo monologo da parte di coloro che hanno scritte le lettere, sembra perfetta per parlare anche su Repubblica, come hai già fatto sul tuo blog, di satira. (Cristiano Tistarelli)

Repubblica nella cronaca sulla serata di Santoro ha parlato di te il meno possibile e ha già pubblicato due lettere di persone "offese" dalla volgarità del tuo intervento. Non te lo scrivono i giornalisti, lo fanno dire ai lettori! Io e i miei amici abbiamo inviato a Repubblica una ventina di mail che lodano il tuo monologo. Come mai quelle non le pubblicano? (Sandro)"

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LA RISPOSTA DI DANIELE LUTTAZZI

A parte la maleducazione giornalistica di farmi passare sempre per uno che fa le cose senza accorgersi di cosa sta facendo (Piccolo qui è in buona compagnia con Sofri e Serra, che usarono lo stesso argomento all'epoca della chiusura forzata di Decameron, e con Scalfari, che lo usò nel 2001 per commentare il caso Satyricon); e lasciando perdere i ceffi matricolati alla Aldo Grasso; colpisce lo svarione sul maschilismo e sulla volgarità, che accomuna di nuovo Repubblica (e Unità) al Giornale (c'è chi ha notato anche l'eloquente silenzio del manifesto): parlano del dito (la tecnica) per non parlare della luna (la mia satira sugli italiani, su questo Paese, su Berlusconi, sull'opposizione, sul giornalismo, e le risate roboanti che sono seguite a ogni battuta, dentro il Paladozza e in tutte le piazze collegate).

Mi tocca ricordare allora che la tecnica satirica esibisce il corpo alle prese con la propria fisiologia. Sempre. In questo modo azzera le gerarchie di valori e di potere: qui sta la sua forza liberatoria.

La satira è un genere piccante, non esiste satira gentile, e per questo può urtare certe sensibilità non avvezze al suo linguaggio. Nè deve per forza piacere a tutti. D'altra parte, se avessero letto qualche mio libro, si sarebbero accorti che, come la tradizione insegna, metto in scena corpi sia maschili che femminili, e la figura più ridicola è proprio quella del mio personaggio.

Ho notato che sono le donne (alcune) a sentirsi più colpite dall'esplorazione satirica di umori e pratiche sessuali; ma reagire con una difesa ideologica di genere ("la sua satira degrada le donne") quando si tratta di normale tecnica satirica (la satira, con la sua volgarità giocosa, degrada l'essere umano per generare una visione rinnovata sul mondo) costituisce un abbaglio tanto frequente quanto indiziale. Se si viene urtati da una scena satirica, è utile interrogarsi sul perché, senza proiettare sull'artista il proprio turbamento. Lì c'è un nodo (psicologico e/o culturale) che andrebbe sciolto. Chi lo ha già fatto, ride.

Più in dettaglio: la mia satira immerge il pubblico nella cosa trattata, in modo che il pubblico faccia l'esperienza degli effetti (ad esempio, il maschilismo berlusconiano). Il cortocircuito è attribuire a me l'ideologia della scena che descrivo (maschilista). Così mi si sottovaluta parecchio, però.

Divertente, comunque, vedere in quanti, adesso, si affannano a distorcere il monologo di quella serata, e per i motivi più diversi. Purtroppo per loro, quel monologo è in rete. E sfolgora.

In conclusione: siamo un Paese in cui il capo del governo va a prostitute e i preti violentano bambini, ma il vero problema è la volgarità della satira.


Fonte: http://www.megachipdue.info/component/content/article/42-in-evidenza/3390-sodoma-e-zavorra.html