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giovedì 1 aprile 2010

Cosa resta del monologo di Luttazzi a "Rai per una notte"


Il monologo dell'attore e autore di satira Daniele Luttazzi durante l'originale trasmissione Tv-Web Raiperunanotte ha avuto successo di ascolti, di critica e di citazioni, ma ha anche irritato alcuni intellettuali insospettabilmente vicini a chi ha organizzato l'evento anti-censura.

Sul blog di Luttazzi le e-mail dei lettori commentano queste reazioni.

Nel rispondere, Luttazzi esercita un suo talento meno noto di altri, ma non meno saldo, quello di studioso e teorico della cultura satirica e della tecnica umoristica.


"Non ti scrivo per elogiare il tuo lavoro o per lodarti (invece sì), ma per sapere se hai letto le lettere inviate da alcuni lettori al quotidiano La Repubblica che riguardano il tuo splendido monologo di Raiperunanotte - una lettrice, ad esempio, si sente offesa come donna per la scena della sodomizzazione -. L'incomprensione di alcuni passi del tuo monologo da parte di coloro che hanno scritte le lettere, sembra perfetta per parlare anche su Repubblica, come hai già fatto sul tuo blog, di satira. (Cristiano Tistarelli)

Repubblica nella cronaca sulla serata di Santoro ha parlato di te il meno possibile e ha già pubblicato due lettere di persone "offese" dalla volgarità del tuo intervento. Non te lo scrivono i giornalisti, lo fanno dire ai lettori! Io e i miei amici abbiamo inviato a Repubblica una ventina di mail che lodano il tuo monologo. Come mai quelle non le pubblicano? (Sandro)"

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LA RISPOSTA DI DANIELE LUTTAZZI

A parte la maleducazione giornalistica di farmi passare sempre per uno che fa le cose senza accorgersi di cosa sta facendo (Piccolo qui è in buona compagnia con Sofri e Serra, che usarono lo stesso argomento all'epoca della chiusura forzata di Decameron, e con Scalfari, che lo usò nel 2001 per commentare il caso Satyricon); e lasciando perdere i ceffi matricolati alla Aldo Grasso; colpisce lo svarione sul maschilismo e sulla volgarità, che accomuna di nuovo Repubblica (e Unità) al Giornale (c'è chi ha notato anche l'eloquente silenzio del manifesto): parlano del dito (la tecnica) per non parlare della luna (la mia satira sugli italiani, su questo Paese, su Berlusconi, sull'opposizione, sul giornalismo, e le risate roboanti che sono seguite a ogni battuta, dentro il Paladozza e in tutte le piazze collegate).

Mi tocca ricordare allora che la tecnica satirica esibisce il corpo alle prese con la propria fisiologia. Sempre. In questo modo azzera le gerarchie di valori e di potere: qui sta la sua forza liberatoria.

La satira è un genere piccante, non esiste satira gentile, e per questo può urtare certe sensibilità non avvezze al suo linguaggio. Nè deve per forza piacere a tutti. D'altra parte, se avessero letto qualche mio libro, si sarebbero accorti che, come la tradizione insegna, metto in scena corpi sia maschili che femminili, e la figura più ridicola è proprio quella del mio personaggio.

Ho notato che sono le donne (alcune) a sentirsi più colpite dall'esplorazione satirica di umori e pratiche sessuali; ma reagire con una difesa ideologica di genere ("la sua satira degrada le donne") quando si tratta di normale tecnica satirica (la satira, con la sua volgarità giocosa, degrada l'essere umano per generare una visione rinnovata sul mondo) costituisce un abbaglio tanto frequente quanto indiziale. Se si viene urtati da una scena satirica, è utile interrogarsi sul perché, senza proiettare sull'artista il proprio turbamento. Lì c'è un nodo (psicologico e/o culturale) che andrebbe sciolto. Chi lo ha già fatto, ride.

Più in dettaglio: la mia satira immerge il pubblico nella cosa trattata, in modo che il pubblico faccia l'esperienza degli effetti (ad esempio, il maschilismo berlusconiano). Il cortocircuito è attribuire a me l'ideologia della scena che descrivo (maschilista). Così mi si sottovaluta parecchio, però.

Divertente, comunque, vedere in quanti, adesso, si affannano a distorcere il monologo di quella serata, e per i motivi più diversi. Purtroppo per loro, quel monologo è in rete. E sfolgora.

In conclusione: siamo un Paese in cui il capo del governo va a prostitute e i preti violentano bambini, ma il vero problema è la volgarità della satira.


Fonte: http://www.megachipdue.info/component/content/article/42-in-evidenza/3390-sodoma-e-zavorra.html

1 commento:

  1. Castigat ridendo mores.
    Ma siccome ormai i significati originali o gli etimi sono sconvolti, vilipesi, drogati dal virus industriale di mercato e, i fruitori inebettiti dai messaggi televisivi, come si può pretendere di "accettare" la satira come correttivo o come scossa di coscienza?
    Se prima non si inocula (non è una parolaccia) un antivirus all'opinione pubblica presa a cantare le doti di silvio, di murigno, de filippi o altre amenità televisive. "Castigat ridendo mores" resta oggi una semplice locuzione, restituirle il valore originale è dialogare col popolo, da parte di chi ha un minimo di visibilità, in modo scevro dal mercato e cosciente di farlo verso un'opinione pubblica drogata. Daniele Luttazzi è forse quello più vicino a questa strada, ma vanno infrante le barriere culturali che come tartaro dentale coprono l'origine della coscienza individuale, della cultura individuale. Prendiamola come una battaglia. Un nemico che aleggia intorno c'è sempre, oscuro, sogghignsnte, becero e subdolo ed è l'eredità gelliana.

    a proposito;
    attenzione, manca solo il controllo della magistratura!

    ad maiora!
    maximoRed

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